Bisogna trovare le condizioni
di governabilità
Sergio Marchionne, che pure non è uomo da indulgere alle iperboli, parla di «gran giorno per l’auto». Jonh Elkann ripercorre i suoi primi dieci anni in Fiat, «i momenti bui, quella sensazione di un destino ormai segnato, l’aria di agonia» e poi il maturare di una forte convinzione: «il rifiuto della decadenza», la volontà di «non voler più vivere nel mondo delle favole, ma nella realtà e da adulti responsabili affrontare la realtà, risolvere i problemi». Con l’approvazione, ieri, della scissione del gruppo in due distinte società (da una parte Fiat con il core business dell’auto, dall’altra la nuova Fiat Industrial con Cnh e Iveco) il Lingotto volta pagina. E si dice pronto ad affrontare sfide nuove e impegnative: l’integrazione con Chrysler, il complicato (a causa dello scontro con parte del sindacato) sviluppo in Italia, la lotta all’ultimo sangue per rimanere fra i principali player mondiali dell’auto, ossia di un settore sempre più globalizzato e complicato. «In Fiat non abbiamo paura del futuro – dice un emozionato Elkann presiedendo per la prima volta l’assemblea degli azionisti -. Quello che ci interessa è proprio costruirlo».
Marchionne arriva all’appuntamento torinese direttamente da Detroit: ha dormito solo un paio d’ore in aereo e ha utilizzato il tempo della trasvolata per mettere a punto gli ultimi dettagli della sua relazione all’assemblea. È visibilmente stanco, il maglioncino nero un po’ sgualcito, ma affronta i giornalisti con la solita baldanza carica di ironia. A chi gli fa notare che guadagna 400 volte un suo operaio replica secco: «La cosa più importante è vedere quanti sarebbero disposti a fare questa vita qui. Mi domandi quando è l’ultima volta che sono andato in ferie, poi ne parliamo». Risposta tagliente, ricorrendo a un’espressione anglosassone, anche a chi osserva come all’inizio della sua avventura in Fiat fosse fin troppo elogiato, quasi adulato, mentre ora è bersagliato da tante critiche: «Don’t believe in press (non dar retta ai giornali). Facevamo vetture prima e le facciamo pure ora. Fiat è una multinazionale che va avanti per i fatti suoi».
Pendolare di lusso fra Stati Uniti e Italia (con digressioni frequenti ai quattro angoli del globo), l’amministratore delegato Fiat tradisce per l’ennesima volta i suoi sentimenti: ama il Belpaese, ma ammira gli States. «Mentre il sistema americano quando sono crollate le due principali case automobilistiche ha accettato la sfida della globalizzazione – spiega – in Italia non si accetta la sfida dei mercati mondiali. Bisogna decidere se stare al mondo o essere tagliati fuori. Tutto lì. Non possiamo fare discorsi provinciali per gestire un’azienda che ha ambizioni e posizione globale. Quando sento e vedo gente, che intellettualmente ho rispettato, fare discorsi così al di fuori dai tempi, mi dà grandissimo fastidio e mi dispiace. Non fa bene all’Italia. Bisogna voler bene a questo Paese».
Un fatto è certo: Marchionne prosegue dritto per la sua strada. Pomigliano? «Abbiamo ricevuto critiche gratuite e offensive. Il problema è sostanzialmente risolto e, sulla base dell’accordo raggiunto con i sindacati che hanno appoggiato l’iniziativa, abbiamo iniziato gli investimenti. La nuova Panda sarà prodotta entro il 2011». Il contratto per l’auto? «Stiamo cercando di lavorare sia con Confindustria che con Federmeccanica e ci sono buone possibilità di trovare un accordo».
Il nodo di Torino? «Non esiste. Prima di parlare di Mirafiori dobbiamo andare avanti stabilimento per stabilimento per cercare di trovare le condizioni di governabilità. Bisogna trovare un percorso condiviso con le organizzazioni sindacali. Abbiamo fatto un grosso passo avanti con Pomigliano, ora tocca agli altri siti. Se non arriviamo a quel punto non ho alcuna intenzione di parlare di modelli, di piattaforme e di architetture. Non mi interessa. Non sto cercando di corrompere nessuno, ma solo dopo parleremo di allocazione di nuovi prodotti a Torino».
Ultima questione, il governo e la poltrona del ministro dello Sviluppo economico vacante da oltre quattro mesi. «Le scelte di come governare il Paese non mi appartengono. La Fiat va avanti per i fatti suoi. Se il presidente Berlusconi ritiene che non sia necessario nominare il ministro la scelta è sua, non mia. Se non lo vuole nominare, non lo faccia».






